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ESCLUSIVA TC - Comunardo Niccolai: "I miei bellissimi autogol"

di Federico Ventagliò

Malgrado altri colleghi più celebrati, fra i quali Franco Baresi e Ferri, ne abbiano segnato più di lui, Comunardo Niccolai rimane nell’immaginario popolare come il re degli autogol. TuttoCagliari apre i microfoni per dare voce alla sua riconosciuta competenza, tanto tecnico-tattica, quanto dei valori sportivi, autenticata dal suo essere tecnico federale.
 

Comunardo, in cosa consiste nello specifico il tuo incarico in Figc?
Mi occupo del settore giovanile scolastico. Il lavoro è agevolato dal fatto che in Italia abbiamo tanti tecnici specializzati e competenti.

Senza l’infortunio al debutto contro la Svezia, Messico ’70 poteva essere anche il “tuo” Mondiale.
Dopo quarantadue anni la ferita è abbastanza rimarginata. Però lì per lì ci rimani male. Rimane ugualmente il piacere di preso parte alle spedizione, e di aver condiviso coi compagni tutta l’esperienza fino alla finale.

E pensare che nell’idea di Valcareggi la coppia dei centrali doveva essere tutta Rossoblù: tu e Tomasini.
Anche Beppe dovette alzare bandiera bianca per l’infortunio al ginocchio: tuttavia, il Cagliari in difesa è stato degnamente rappresentato da Cera.

Cosa che valorizza l’intuizione di Scopigno in versione azzurra, forse accelerata dalle due autoreti di Salvadore contro la Spagna.
Ricordo quella partita, nella quale Salvadore infilò per due volte nel giro di due minuti la porta di Zoff. Ma non so dire se fu quella la causa che indirizzò le scelte di Valcareggi. Resta il fatto che abbiamo fatto bene con il Cagliari, meritandoci tutti di conquistare l’azzurro. A me subentrò poi Rosato, che fece un buon Mondiale.

Tu e Lo Bello: ogni volta che vi incrociavate, sempre entrambi protagonisti.
La prima volta a Catanzaro: credendo che il gioco fosse fermo, scagliai un bolide con l’intenzione di tirare in curva; centrai lo specchio della nostra porta, e Brugnera impedi l’autogol con un perfetto tuffo: seguirono rigore contro e gol.

E poi l’arcinota partita/Scudetto in casa della Juventus.
Ricordo che pioveva, e lo Stadio registrava il tutto esaurito. Sullo 0-0, traversone di Furino, e io anticipo Ricky, con la braccia già protese verso il pallone, segnando nella nostra porta.

Pochi sanno che sei anche figlio d’arte.
Mio padre era portiere del Livorno, a cavallo fra il 1925, e i primi anni ’30. Poi indossò anche la casacca Rossoblù della Torres.

Sfatiamo un falso mito: non sei tu il recordman di autogol, ti precedono Campioni quali Baresi e Ferri.
(Ride, ndr.). Ma io li ho fatti in partite più importanti, e poi erano più belli. Per questo la gente li ricorda maggiormente. Capitava poi che in tribuna ci fossero sempre gli inviati e le firme di punta dei giornali, questo ha causato l’amplificarsi del fenomeno.

Come sono oggi i tuoi contatti con la Sardegna?
Sono stato alla festa dei 40 anni dallo Scudetto, ci sono poi tornato anche dopo. Ho in mente di tornarci fra Natale e Capodanno, per riabbracciare anche tutti i vecchi compagni.

Fra i quali Nenè.
Claudio lo tengo sempre presente. Ma sono sentimenti che preferisco non esternare.


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