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Ranieri: "Penso che finirà così, ma mai dire mai: dopo il Cagliari avevo detto basta, poi è arrivata la Roma"

di Martina Musu

Una delle figure più influenti nella Roma dei Friedkin è Claudio Ranieri. L’ex tecnico, dopo l’ottimo campionato che nel 2025 ha portato i giallorossi a un passo dalla Champions League, è diventato senior advisor del club capitolino.

Il tecnico testaccino ha rilasciato un’intervista a Il Messaggero. Di seguito alcuni passaggi delle sue dichiarazioni.

A quale presidente è rimasto più legato?
“A quello del Cagliari, Tonino Orrù. Mi disse: Claudio, fra due anni ci sarà il mondiale, si giocherà anche qui, se riuscissimo a salire in serie B sarebbe una cosa bella. E noi invece arrivammo in A. Non posso scordarmi che all’inizio del girone d’andata avevamo 8-9 punti. I giornalisti scrivevano che Ranieri era a rischio. Orrù fu un signore: Claudio, stai tranquillo, con te siamo arrivati dalla C in A e, se deve accadere, con te torneremo in C. Ci salvammo con una giornata d’anticipo.”

È stato difficile dire no alla Nazionale?
“È stato difficile nel senso che quale allenatore non vorrebbe allenare la Nazionale del proprio Paese? Ma, al tempo stesso, non è stato difficile perché sono sotto contratto con la Roma. Ci sarebbe stato un conflitto di interessi pazzesco. Un esempio: io sono il punto di riferimento dei Friedkin, c’è una partita della Nazionale, e la domenica dopo si gioca Roma-Napoli o Roma-Inter o Roma-Juve. E io non convoco nessun giocatore della Roma, oppure li convoco e non li faccio giocare, e mando in campo i giocatori dell’altra squadra. In Italia, cosa succederebbe? Un finimondo. Mi è sembrata la scelta più onesta.”

Ha scelto i Friedkin.
“Ho scelto la Roma e un contratto scritto.”

E cosa le hanno detto i Friedkin?
“Claudio decidi, e qualunque cosa deciderai, noi saremo con te. Sono stati molto corretti.”

Vi sentite spesso?
“Sì, attraverso video-call e messaggi.”

È difficile gestire una squadra dagli Stati Uniti?
“Non credo. Sono stato otto anni in Inghilterra. Ken Bates, il presidente del Chelsea, l’ho visto soprattutto dopo che ha lasciato il club. Abramovic veniva qualche volta in trasferta e mi riportava indietro con il suo aereo personale. Al Leicester il thailandese si presentava di tanto in tanto. Il presidente è importante perché a fine mese paga. Solo in Italia siamo ossessionati dalla sua presenza.”

La sua famiglia è riuscita a stare al passo di un allenatore globe-trotter?
“Sono un uomo fortunato, mia moglie mi ha sempre seguito. A parte i primi due anni a Valencia: ci avevano detto che c’era la scuola italiana ma non era vero. Mia figlia restò a Roma, per cui mia moglie faceva 15 giorni da me e 15 giorni a casa. Diceva: parto da Claudia, o parto da Claudio.”

E sua figlia?
“Lei non voleva neanche far sapere che fosse mia figlia. A Firenze giocava a pallavolo con le amichette. Il quarto anno mi chiese di accompagnarla a una partita, perché una mamma non era disponibile. Quando le amiche salirono in macchina non ci volevano credere: ma tu sei la figlia dell’allenatore della Fiorentina?”

Qual è la città da cui è stato più difficile separarsi?
“Cagliari ce l’ho dentro. Dico sempre che Roma è la mamma, Cagliari la moglie.”

Chiuderà la sua carriera a Roma, alla Roma?
“Penso che finirà così, poi mai dire mai. Avevo assicurato che non avrei più allenato dopo Cagliari, e invece è uscita fuori la Roma. E alla Roma non potevo dire di no.”

Quindi potrebbe ripensarci e tornare ad allenare?
“Parlo di un ruolo dirigenziale. Con la panchina ho chiuso, troppo faticoso. Negli ultimi anni mi sono accorto che la sconfitta mi divorava. Il piacere della vittoria dura poco, cominci a pensare subito alla partita successiva. La sconfitta, invece, ho cominciato a portarmela dentro.”

È sempre stato così?
“No, per questo ho smesso. Prima, quando perdevo, me ne facevo una ragione. Nel calcio hai sempre, o quasi, un’altra occasione. A un certo punto è cambiato qualcosa, sarà l’età. Pensavo che sarei morto in campo, ma non succederà.”


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