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Cagliari, Gigi Riva: “Grazie ai miei figli la vita è tornata ad avere un senso”

di Paola Pascalis

Gigi Riva, simbolo del Cagliari dello scudetto, ha raccontato la sua storia in un libro che uscirà in libreria il 1 novembre, scritto insieme all'editorialista de La Stampa Gigi Garanzini. Una storia lunga, fatta di soddisfazioni sportive, ma anche di dolore e depressione. Di seguito alcuni estratti, ripresi dal quotidiano La Stampa, in edicola oggi. 

L'arbitro Lo Bello e quel Juventus-Cagliari del 15 marzo 1970: "Non so se nella storia del calcio, perlomeno italiano, c'è mai stato un secondo tempo come quello di Juventus-Cagliari il 15 marzo 1970. Il primo tempo era filato liscio. Oddio, liscio, il primo goal lo aveva segnato il nostro stopper nella nostra porta, ma diciamo che con Niccolai poteva anche succedere. Pareggiai io poco prima dell'intervallo ed è ovvio che con due punti di vantaggio in classifica il risultato ci stava bene. Non avevamo fatto i conti con Lo Bello. Cominciò con un rigore per la Juventus, del tutto inesistente. Protestammo a lungo, lui fu irremovibile, andò sul dischetto Haller e Albertosi parò. Mentre correvamo ad abbracciarlo, l'arbitro tornò a indicare il dischetto: il rigore era da ripetere e li perdemmo tutti quanti la testa a cominciare da me. Il rigore per noi arrivò a qualche minuto dalla fine per un contatto in area non meno discutibile di quello precedente. Stavolta furono loro a protestare, io ero così stravolto che non calciai benissimo e Anzolin in tuffo riuscì a toccare la palla, per fortuna senza prenderla. Tornando a metà campo, dopo gli abbracci interminabili perché quel goal valeva praticamente il titolo, Lo Bello mi fissò a lungo e la sua espressione diceva: "Allora hai visto?". Gli risposi ancora un po' secco: "E se lo sbagliavo?". La parola fine la pretese lui: "Te lo facevo ripetere".

La depressione e la vita privata: "Non sono mai stato un chiacchierone. Mi piacciono i silenzi, mi piace semmai parlare con me stesso. Il silenzio è stata una parte importante della mia vita, che quand'ero troppo giovane mi ha detto "Arrangiati". E io mi sono dovuto arrangiare. Il calcio mi ha aiutato, mi ha dato tanto, per non dire tutto. Ma quando sono uscito per sempre dal campo, dal sogno che si era avverato e aveva tenuto lontani, entro certi limiti, i fantasmi notturni, ho dovuto cominciare a fare i conti, fino a lì sempre rimandati, con quella parola. Depressione. Per fortuna, nel momento peggiore, mi hanno salvato i figli. Prima è nato Nicola, poi Mauro, e la vita è tornata ad avere un senso".


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