LUCI A SAN SIRO
di Vittorio Sanna
Alla fine, è sempre una questione di coraggio, di quella scintilla invisibile che separa chi accetta il destino da chi prova a cambiarlo.
A San Siro, contro l’Inter, il Cagliari non ha quasi mai vinto. E proprio per questo, ogni volta che ci è riuscito, non è stata una semplice partita: è diventata racconto, memoria, quasi leggenda da tramandare.
Non è successo solo ai tempi del massimo splendore, quando lo scudetto cucito sul petto dava al Cagliari una forza che andava oltre i nomi e i numeri. Nel 1970, il vento della storia soffiava tutto dalla stessa parte e si racconta che persino Mazzola abbia chiesto indulgenza di fronte allo strapotere rossoblù. Era un’altra epoca, ma già allora si capiva che San Siro, per i Sardi, poteva trasformarsi da montagna insormontabile a palcoscenico di imprese. Perché il grande stadio milanese ha questa natura ambigua: schiaccia chi ha paura, ma esalta chi ha il coraggio di provarci.
E infatti il Cagliari ci è tornato a vincere anche dopo, quando non era più il più forte.Quando il Gigi era cambiato. Negli anni Ottanta, con Gigi Piras che correva in contropiede come se il campo fosse in discesa e il tempo si piegasse alla sua improvvisa velocità. Negli anni Novanta, con Dely Valdes, quando bastava un attimo, un’incertezza, per colpire e lasciare il segno.
Segno che non servono sempre i giganti per entrare nella storia. A volte basta essere pronti nel momento giusto. Certo, il più delle volte non ci si riesce. E alcune sconfitte restano addosso più delle altre. Il 1994 è una ferita ancora aperta: quel tre a zero che spense il sogno della finale di Coppa Uefa continua a fare male, come tutte le occasioni che senti di aver sfiorato davvero. Ma anche quelle notti servono, perché insegnano che per arrivare vicino bisogna prima avere il coraggio di immaginarsi lì.E il Cagliari, a modo suo, ha sempre continuato a immaginarsi capace.
Non è necessario essere imbattibili per colpire. Chiedetelo a Marco Sau, che contro l’Inter sembrava accendersi di una luce diversa. Indimenticabile quella doppietta: non portò alla vittoria, ma raccontò tutto quello che serve per sorprendere una grande squadra. Tecnica, freddezza, tempi perfetti. Movimenti che sembravano studiati al millimetro, quasi con la stessa lentezza ipnotica di uno spogliarello costruito per non lasciare scampo, per togliere equilibrio prima ancora che spazio.
E Sau fu anche il cerimoniere di un’altra notte impossibile, nell’anno più buio. Quello della retrocessione con Zeman, quando ancora niente era stato scritto e il sogno era possibile. Arrivò quella prima vittoria, una di quelle che non cambiano il destino ma cambiano il modo di ricordarlo. La tripletta di Ekdal nel primo tempo fu un cortocircuito della logica, una dimostrazione che il calcio, quando vuole, sa ancora ribellarsi alle gerarchie.
E allora il punto resta sempre lo stesso: non porsi limiti. Perché solo chi non ci prova davvero è sicuro di non farcela. Gli altri, anche quando perdono, lasciano almeno aperta una possibilità. E a San Siro, quella possibilità ha sempre un fascino diverso, quasi magnetico.
Oggi l’Inter è la capolista, forte, solida, lanciata. E proprio per questo un suo inciampo diventa il desiderio nascosto di molti, forse dell’intero campionato, che ha bisogno di restare vivo, imprevedibile, acceso fino in fondo. Ma al di là dei calcoli, delle classifiche, delle convenienze, resta una cosa sola che conta davvero: entrare in campo senza accettare il copione già scritto. Giocare con le luci di San Siro, lasciarsi inseguire e inseguire a propria volta, come in una canzone che cambia ritmo all’improvviso. Senza paura di sbagliare, senza paura di osare. Perché in fondo non serve essere grandi per sempre. A volte basta esserlo per una sera. E se quella sera è a San Siro, può diventare indimenticabile.