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Beretta: "Il calcio italiano non è da buttare. Serve meno catastrofismo"

di Giorgia Zuddas

Mario Beretta, ex responsabile dei settori giovanili del Cagliari e del Milan e da poco nominato alla guida del Settore Tecnico della Figc, ha rilasciato una lunga intervista a La Gazzetta dello Sport, soffermandosi sui temi della formazione, dei giovani e dello stato di salute del calcio italiano. Di seguito un estratto delle sue dichiarazioni.

Spieghiamo quali sono i compiti di un presidente del Settore Tecnico?

"Fare attività di formazione per migliorare il gioco a tutti i livelli. Dare impulsi, trovare idee, seguire i corsi allenatori, tenere i contatti con la Uefa… Tutto assieme a Renzo Ulivieri, direttore della Scuola Allenatori".

Quali sono le priorità, le grandi necessità?

"Riscoprire i fondamentali tecnici, focalizzare l’attenzione sull’attività di base, dare valore agli istruttori. E depenalizzare l’errore: diamo a tutti la possibilità di sbagliare, senza drammi. Nella mia testa è molto logico puntare sui settori giovanili, eppure pochi lo fanno".

Il calcio italiano è nella crisi peggiore della sua storia recente, siamo d’accordo?

"A me sembra tutt’altro che da buttare. Gli italiani sono un popolo di catastrofisti che però, se qualcosa va bene, si esaltano".

Dove nasce questo ottimismo?

"Da giovane ero più ribelle, ora meno. Io insegno ai ragazzi dei corsi allenatori e vedo che hanno conoscenza, voglia. Anche i bambini giocano, sta a noi farli riappassionare".

Quali ragazzi ci fanno sperare?

"Calafiori è già affermato, Pio Esposito ha grande qualità, Bartesaghi sta facendo benissimo ma non ha molto senso fare dei nomi. Ci sono giocatori anche in B: sabato ho visto bene Dagasso del Pescara".

Allenatori?

"Italiano è molto bravo, come Farioli, De Zerbi, De Rossi. Anche qui non voglio fare classifiche: ci sono giovani bravi in B e in C, come Andreoletti del Padova o Tabbiani del Trento".


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