Macché peccato, stoppiamo le giustificazioni

di Massimiliano Morelli
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Odio la parola peccato, significa che qualcosa non è andato per il verso giusto. Eppure è dal triplice fischio finale del “signor” Tagliavento che non leggo altro termine per giustificare il non gioco visto all'opera contro la Roma. Un non gioco che fa il paio col 2-0 patito all'andata, altro allenatore in panca, Zeman, ma sconfitta in fotocopia. Giustificazioni non dovrebbero esistere, quelli di Garcia giocavano con la terza squadra, e hai voglia a dire che il direttore di gara quella punizione che ha dato il “la” al blitz romanista l'ha concessa perché è di manica larga. Qua, con tutto il rispetto, pare manchi l'orgoglio, la voglia di evitare la B e, parlando della Roma, pare manchi pure il desiderio di riscattare lo 0-3 a tavolino di due anni fa (e poi gli si prestano i giocatori, mah... valle a capire certe gestioni) e quel cazzotto di Destro ai danni di Astori. Si, cazzotto, perché se fino a qualche settimana fa l'attaccante veniva ancora difeso per quel gesto, adesso via etere capitolino qualche speaker di chiara fede giallorossa lo chiama il “Tyson”, visto che nel frattempo il centravanti è passato al Milan e dunque è da considerare un nemico. Povero Cagliari, non basta la stampa di parte a bastonarlo, visto che per esempio il problema del vento contro sentir voci dei cronisti di turno ce l'aveva solo De Sanctis e per niente Brkic. Non basta un Ambrosini “esperto tecnico” che giudica il match a senso unico, neanche fosse un ex tesserato di Trigoria; non basta un attacco abulico né una difesa che si fa infilare da Verde, che poco prima del fischio d'inizio sempre alla radio qualche giornalista-tifoso considerava acerbo, immaturo, improponibile in serie A. Adesso ci si mettono pure il non gioco e l'illusione che Cop e Mpoku siano da pallone d'oro.


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