Horacio Peralta, in dribbling per il globo

di Gabriele Lippi
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La parabola estremamente breve di Horacio Peralta sembra ricordare quella di tante altre meteore sudamericane che hanno attraversato il firmamento del calcio italiano. Messosi in luce nel Nacional Montevideo, e definito erede naturale di Alvaro Recoba, arriva in Italia con le credenziali del campione sudamericano tutto estro e tecnica. A credere in lui è l'Inter di Moratti, che lo porta in serie A per cederlo in prestito al Cagliari. E' l'estate del 2004 quando l'uruguaiano, appena messa la firma sul contratto che lo legherà per una stagione ai rossoblu, scende in campo in amichevole contro l'Alatri per regalare con una grande giocata l'assist per il gol di Albino. Un esordio promettente, al quale però farà seguito una stagione da spettatore. Il suo “paradiso uruguaiano”, come lui stesso aveva definito Cagliari al suo arrivo, si rivelerà ben presto un inferno. Lo spazio concessogli da Arrigoni è praticamente nullo, una sola presenza e l'addio a metà stagione è praticamente scontato.

Horacio va in Spagna, all'Albacete, ultima e retrocessa a fine campionato. Così comincia il ramo discendente della sua parabola e il suo pellegrinaggio tra Svizzera e Sud America, che gli darà qualche soddisfazione solo ne 2006, con la coppa del Brasile conquistata con la maglia del Flamengo. Com'è possibile che un talento tanto puro da mettere insieme anche 13 presenze e 2 gol con la maglia della sua nazionale sia caduto tanto in disgrazia? Di lui si diceva fosse troppo incline all'alcol e alla feste, troppo discontinuo nell'impegno e nel rendimento, un mezzo giocatore. Così, se coi suoi dribbling riusciva spesso ad ubriacare gli avversari, non disdegnava trovarsi egli stesso in stato d'ebrezza, con tutte le conseguenze del caso.  Ora Horacio sembra aver messo la testa a posto. Arrivato nel 2008 al Puebla, in Messico, è stato ceduto in prestito alla squadra uruguaiana dell'Atletico Cerro con la quale ha centrato la qualificazione alla Copa Libertadores. Quest'anno milita nell'Atlante, una delle squadre più antiche e blasonate del Messico, un paese che, a differenza dell'Italia, ha scelto di dargli una seconda chance.


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